di Barbara Aramini

Recarsi nello studio di un analista non implica un’entrata in analisi; allo stesso modo, smettere di andarci non significa che ci sia stata fine analisi. C’è però uscita e ognuna è a sé. In alcuni casi è figlia di un  tempo fatto precipitare o ristagnare maldestramente dall’analista: viene fatto risuonare qualcosa troppo presto o troppo tardi. In altri casi l’uscita non è figlia della fuga o dell’addormentamento, ma è legata a un “miglioramento”: il sintomo, corporeo o del pensiero, non è più una catena. Non si è più come Prometeo incatenato o come soggetti pietrificati al cospetto di Medusa. In alcuni casi anche se qualcosa residua della domanda analitica, e non di quella di entrata, “va bene così”. Per dirla con Miller “È quello che dice Lacan: quando l’analizzante pensa di essere felice di vivere, è tanto”. ( J.-A. Miller, Pezzi staccati, p. 40)

Quest’anno siamo chiamati a lavorare le uscite dall’analisi e la loro pluralità. La SLPcf è in un momento di passaggio importante: ci si interroga sulla posizione dei partecipanti, usciranno dalla scena, ed è stato istituito il cartello della passe chiamato a dire se c’è stata o meno fine.

In Analisi terminabile e interminabile, Freud pone il problema della fine analisi passando per il “problema tecnico” del tempo dell’analisi; il padre della psicoanalisi ci invita a fare attenzione ai termini: meglio usare analisi incompleta che analisi non finita perché il termine fine, rispetto al percorso analitico, porta in sé un carico di ambizione non da poco. Quelle sfumature di significante che fanno la differenza. Quand’è che un’analisi è incompleta? La penna di Freud delinea una cornice. L’analisi è incompleta quando il sintomo non è retrocesso e l’angoscia si fa sentire, morde la carne, e quando non è stato esplicitato abbastanza contenuto rimosso al paziente. Consideriamo che nello stesso anno scrive Costruzioni nell’analisi: “l’analista porta a termine un brano della costruzione, lo comunica all’analizzato affinché produca su di lui i suoi effetti, indi costruisce un altro brano a partire dal nuovo materiale che affluisce e procede poi con questo allo stesso modo; così, in tale alternanza, va avanti fino alla fine”. (Costruzioni nell’analisi, p 544) La costruzione sembra essere la via da percorrere.

In Analisi terminabile e interminabile, Freud punta il faro su un’altra questione: esiste una “fine naturale” dell’analisi? e anche laddove dovessimo rispondere affermativamente alla domanda, si può pensare di condurre un’analisi fino a quel punto?

Anche qui il sapere e l’esplicitazione del rimosso, che ha a che fare con l’imbrigliamento e la dinamica pulsionale, sembrano essere d’aiuto per arrivare alla fine. Sembra facile e lineare, ma come spesso accade con il padre della psicoanalisi le ultime pagine svelano altro. C’è un resto. Non tutto si riassorbe. Qualcosa sfugge e rimane spoglio della parola. Non si può dire. Costruzione e sapere trovano quindi un limite: la “roccia basilare” della castrazione; la differenza dei sessi; il “rifiuto della femminilità” come momento limite di entrambi i sessi. Occorre saperci fare con questo rifiuto e sperare che un’analisi abbia dato gli elementi per “riesaminare e modificare” l’atteggiamento verso di esso.

Torno al tema del convegno; le uscite si differenziano dalla fine analisi. Sembra lo scontro tra i titani del plurale e del singolare, ma sappiamo che anche dal lato della fine governa la pluralità che è sposa della singolarità. Ogni fine è unica, ma ogni fine deve testimoniare che c’è del desiderio dell’analista.

Con Lacan la fine analisi è dal lato della passe. Nella “Proposta del 9 ottobre 1967” aveva istituito la passe come dispositivo in grado di far luce sul passaggio da analizzante a analista. Nel 1978 Lacan, a partire dal tema della trasmissione della psicoanalisi, torna sulla questione con l’intervento conclusivo del nono congresso dell’Ecole freudienne de Paris (6-9 luglio 1978).

Nella nota editoriale a La psicoanalisi n’ 38, Antonio Di Ciaccia riprende la domanda che Lacan si e ci poneva: “Che cosa fa sì che dopo essere stato analizzante uno diventa psicoanalista?” E ci presenta la delusione dell’analista francese. La passe non dice nulla del passaggio da analizzante ad analista. La passe dice qualcosa del movimento da analizzante ad analizzato, ma non chiarisce il movimento alla posizione di psicoanalista. “La passe dice dunque se qualcuno è stato psicoanalizzato, ma non dice nulla della trasmissione, né se l’ex analizzante, ormai psicoanalizzato, possa autorizzarsi secondo la logica dell’inconscio a essere psicoanalista”.

Si diventa psicoanalisti a partire dalla propria analisi. La fine quindi non è universalizzabile. Non si può a partire da una fine scrivere una formula che valga universalmente per tutte le fini. Per questo motivo Lacan arriva ad affermare che “la psicoanalisi è intrasmissibile”. (Lacan e la trasmissione della psicoanalisi, La Psicoanalisi, n. 38 p. 9) Come scrive Di Ciaccia, ogni analista deve reinventare, non arbitrariamente, la psicoanalisi e darne conto “rispetto alla logica dell’inconscio” (La psicoanalisi n. 38, p. 9).

Con Freud e Lacan e con la clinica psicoanalitica siamo agli antipodi della frase che circolava nel mio clan familiare: “si è sistemato”. Frase che calzava bene per il lavoro e per il matrimonio. Si è sistemato è un certificato di uscita dalla vitalità della vita. La scommessa è che le uscite, come la fine, non siano una sistemazione alla stregua del “e vissero felici e contenti” con cui si chiudono le favole e di cui non sappiamo nulla.

Bibliografia
Di Ciaccia A., Lacan e la trasmissione della Psicoanalisi, La Psicoanalisi, n’38.
Freud S., 1937, Analisi terminabile e interminabile, Opere, vol. XI; Boringhieri, Torino, 1979.
Freud S., 1937, Costruzioni nell’analisi, Opere, Vol. XI, Boringhieri, Torino, 1979.
Lacan J., Proposta del 9 ottobre 1967, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013.
Miller J.-A., Pezzi staccati. Introduzione al seminario XXIII, “Il sinthomo”, Astrolabio, Roma, 2006.