XXI Convegno Scuola Lacaniana di Psicoanalisi
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Uscite freudiane dall’analisi

di Luisella Brusa

Nel sofisma dei tre prigionieri[1] il momento di concludere è decisivo. A seconda del suo tempismo il prigioniero si guadagna la libertà oppure no: la sua decisione deve essere tempestiva, deve anticipare sulla certezza per renderla vera. Se il soggetto non è convinto, se esita sull’atto, il momento di concludere sfuma e viene riassorbito nel tempo per comprendere. Un altro giro si riapre: «il poi fa da anticamera perché il prima possa prender posto».

Un tempo così breve va catturato nell’istante isolando quanto lo esprime. “Sono bianco” è l’assunzione di un segno che tocca l’essere ”sono…” .

E la dinamica dell’uscita lacaniana dall’analisi che coincide con la sua esaustione logica. Psicoanalizzante e analista possono solo prenderne atto.

Oltre a questa uscita, parliamo di chiusura di un ciclo quando analizzante e analista concordano sui risultati raggiunti e sulla loro stabilità.

Trovo sempre di grande interesse ripercorrere come sia Freud che Lacan procedevano nella pratica dell’uscita dall’analisi: per entrambi era un esercizio di tatto analitico, fuori da ogni regola codificata. I Consigli tecnici, scrive Freud a Ferenczi,[2]  erano stati pubblicati per dire ciò che non bisogna fare, onde evitare errori già sperimentati, non per regolare quello che bisogna fare.

Quelle di Freud erano analisi brevi (non per numero di sedute ma per la durata del percorso) e con una conclusione che il più delle volte era già stabilita, in particolare per quelle didattiche perché gli analizzandi si spostavano a vivere a Vienna per un certo tempo per fare la loro analisi e la durata del soggiorno era decisa in anticipo.

Questa temporalità le rende interessanti per il convegno della SLP sul tema “Le uscite dall’analisi” poiché chiaramente le conclusioni di queste analisi non si producono secondo l’asserzione di certezza anticipata e tuttavia sono uscite che riscontrano gli elementi salienti dell’esperienza analitica. E Freud a introdurre un atto che le trasforma in uscite pronte a tradursi in una fine.

E nota la grande varietà nella conduzione delle analisi da parte di Freud, varietà che – leggendo le testimonianze dei suoi analizzati – possiamo mettere in conto in gran parte alla struttura soggettiva; ma anche alla forza e al tipo di super-io, alle capacità sublimatorie e altri tratti fondamentali della personalità che piegavano la tecnica ora in una direzione ora in un’altra. A ciascun paziente l’analisi lasciava l’impronta di una serie di atti utile in primis ad avere un’esperienza dell’inconscio e poi a decifrare il sintomo; e, qualora il sintomo non ci fosse, a orientarsi nella propria struttura. (In quest’ultima direzione vanno le parole rivolte a Ernst Blum nel 1922: «Lei si è liberato dai conflitti infantili non attraverso rimozione e sintomi nevrotici, bensì mediante fuga non nevrotica»).[3]

Il tempo della cura mirava sı all’esaustione del materiale rimosso, ma senza alcun accanimento sulla totalità̀, intendendo l’esaustione più come un limite matematico che come una meta raggiungibile.[4] In ogni caso, presto o tardi, arrivava il momento della conclusione e questo era sempre un momento di precipitazione, ma dalla parte di Freud. In forma aforistica siglava la questione fondamentale del paziente e gli apriva la possibilità di un futuro liberato dalla determinazione del destino, l’ultimo tratto del percorso che li separava dalla fine l’avrebbero compiuto da soli. Ad Abram Kardiner già sulla soglia di uscita lancia un’ultima frase enigmatica: “Un giorno Lei sarà un uomo ricco”,[5] per intenderne la portata, bisogna ripercorrere  il resoconto dell’analisi e ritrovarvi  l’identificazione  fondamentale  alla povera madre impotente nell’economia di godimento del soggetto; a Theodor Reik, alla fine dell’ultima seduta rivolge un: «Si ricorda il romanzo L’assassino di Schnitzler?»,[6] come poteva non ricordarlo dal momento che Reik era l’autore di uno studio psicoanalitico delle opere complete di Schnitzler? e ancora a quest’ultimo prima di lasciarlo: «L’avrei ritenuta più forte»[7] che ebbe l’effetto di riposizionarlo nella sua struttura.

Le ultime frasi erano missili lanciati verso il futuro che traducevano in atto l’idea freudiana del fine dell’analisi: «riconoscere il destino inizialmente fissato, senza rimettersi a tale sorte, ma sapendo ora che si ha la libertà di vivere diversamente, di fare un uso diverso e nuovo delle possibilità  finora non vissute».[8]

L’ultima parte del lavoro sarebbe stata fatta successivamente dall’analizzato, l’esperienza dell’analisi avrebbe lavorato dentro di lui a lungo, rilasciando i suoi effetti.

Questi effetti – gli effetti analitici che si producono in seguito alle uscite dall’analisi e che dipendono dalle coordinate d’uscita – costituiscono ancora una zona d’ombra rispetto alla esplorazione della fine canonizzata dalla passe, questo convegno comincerà a metterle a tema.

1 J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata. Un nuovo sofisma. In Scritti vol I, Einaudi, Torino 1974.
2 Lettera di Freud a Ferenczi del 4 Gennaio 1928.
3 In L. Albano, Il divano di Freud, Il Saggiatore, Milano 2014, p.135.
4 E. Alvarenga, La transferencia y el tiempo, Freudiana n.38, 2003.
5 In L. Albano, op. cit., p.108.
6 Ivi, p.175.
7 Ivi, p.187.
8 Testimonianza di Ernst Blum in M. Pohlen, In analisi con Freud. I verbali delle sedute di Ernst Blum del 1922, Bollati Boringhieri, Torino 2009, citato da L. Albano in Il divano di Freud, op.cit., p. 119

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