di Giuseppe Oreste Pozzi

La terapia inizia quando termina il rimprovero ed il lamento, cioè quando inizia la responsabilità. La terapia di che cosa, o meglio, di chi?
L’io, quando decide di farsi curare perché capisce di doversi assoggettare e seguire l’insegnamento del sintomo da interrogare, ha già colto la questione di non essere padrone in casa propria.
È la sua casa, allora, da curare, da riconoscere, da riorganizzare?
Che altro posto occupare in questa casa dallo spazio così alieno per sé?
Un posto c’è sempre ma non è mai tutto ….. per sé. Non tutto, quindi!
Siamo già entrati in un altro luogo, dove il registro simbolico che si annoda a quello immaginario si affaccia sul reale. È qui che avviene il nuovo incontro anzi lo scontro singolare che ci ri-guarda.
È nello scontro con il reale che il sinthomo può comparire e trovare la sua logica espressiva e di uscita. È proprio in questo scontro con il reale che si perde qualcosa, come avviene in tutti gli scontri. Una perdita che non si appoggia più alla malinconia del chi “sono io?” per lamentarsi rimproverando l’Altro che non ti lascia il posto a cui ambisci. Una perdita che riesci a torcere includendo la tua soddisfazione esistenziale senza dipendere troppo dalla soddisfazione che pretendi di ricevere, a prescindere. È così che, allora, il poema che sostieni con il tuo essere ha il sapore di un’esistenza da bene-dizione acquisita perché mai completata. Un modo elegante e soddisfacente di uscire dalla parte del resto, nel percorso che passa dalla cruna dell’ago, nel posto più remoto della casa, attraverso la scoria scartata e collocata dove nessuno vuole stare e dove nessuno vorrebbe guardare. Ecco allora che è proprio lì, in questo luogo mai pensato, che rinasce il fiore colorato e profumato di un sapore singolare che si distingue nello stile, nello sguardo, nel dire ed anche nell’ascoltare. Un posto sospeso eppur “reale”, il luogo/posto di un nuovo e differente “re-ale”.