XXI Convegno Scuola Lacaniana di Psicoanalisi
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Un secondo giro

di Luca Curtoni

“Buongiorno, volevo comunicarle che in questi giorni, dopo un’attenta riflessione, ho deciso di prendermi una pausa dalla terapia. I motivi fondamentalmente sono che mi sento decisamente meglio rispetto che a inizio percorso e i sintomi che mi avevano motivato a intraprenderlo ora non ci sono più. Non credo si tratti di una interruzione definitiva, ma di un periodo di pausa che voglio provare a prendermi dopo questi 3 anni”. E’ con queste parole che, qualche giorno fa, una mia analizzante di nome Eva mi comunica di interrompere la sua analisi personale. Come interpretarle? Innegabile è l’effetto di fulmine a ciel sereno, vista la repentinità della “decisione”, annunciata nella penultima seduta semplicemente con un “a differenza di prima non so più cosa dire”, ma non credo che si tratti di un acting out. Sotto transfert, l’analizzante  non scivola su un crinale privo di parole ma mi dice, con una autonomia che non aveva mai mostrato, che sente di dover chiudere una fase della sua analisi, che è poi quella della decifrazione, quella più freudiana. Da questo punto di vista sembra che si siano realizzate le due condizioni  che portano Freud a dire che si tratta della fine di un’analisi: la paziente non soffre più dei suoi sintomi e l’analista sente di aver chiarito tante cose inesplicabili[1].  Tuttavia, sia dalla parte dell’analista, sia dalla parte dell’analizzante c’è la percezione di qualcosa di incompiuto, di un altro giro da fare. Preziose, in questo caso, sono quindi le parole di J.-A. Miller che problematizzano il concetto di fine dell’analisi attraverso i due significanti di compimento e interruzione. Una analisi non termina solo quando è compiuta. La mia analizzante decide di porre fine ai nostri incontri “ma senza che ciò prenda la forma della rottura”[2]. Il concetto che Miller invita a usare è pertanto quello di uscita, simmetrico a quello di ingresso. Non sappiamo se si riproporrà un nuovo ingresso, ma è certo che questa è una uscita. Affinché però l’uscita diventi “vera”[3]  si rende  necessario che Eva non si limiti a curare il sintomo, ma si ingaggi per “situare la problematica della fine dell’analisi dalla parte del fantasma e non dalla parte del sintomo. La fine dell’analisi ha come oggetto un cambiamento molto più profondo di quello che si compie a livello del sintomo, poiché ciò che si persegue è una certa trasformazione della posizione soggettiva nel fantasma fondamentale. E questo non è un problema di cura”[4]. Confido quindi nella tenuta del soggetto supposto sapere, evidentemente non ancora destituito, che ancora una volta può fare da perno, consentendo a Eva di fare un secondo giro, questa volta più lacaniano che freudiano, poiché non si tratta di arrestarsi al limite della decifrazione del senso, di curare il sintomo, ma di puntare al reale del sintomo e fare la traversata del fantasma confrontandosi con i resti sintomatici, inassimilabili e indicibili.

[1] Cfr. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile [1937], in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979, p. 502.
[2] J.-A. Miller, Sull’attivazione dell’uscita dall’analisi: congiunture freudiane [1991], in Come finiscono le analisi. Paradossi della passe, Astrolabio, Roma 2023, p. 202.
[3] «Le uscite vere, però, quelle che per l’esattezza chiamiamo conclusioni della cura, non sono molte. Il concetto stesso di fine dell’analisi inteso come conclusione della cura è un concetto nuovo problematico.». J.-A. Miller, Domanda e desiderio [1994], in Delucidazioni su Lacan, Antigone, Torino 2008,p. 235.
[4] J.-A. Miller, Sintomo e fantasma [1983], in Logiche della vita amorosa, Astrolabio, Roma 1997, p. 76.

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