di Manuela Simone
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All’inizio dell’analisi c’è una domanda, spinta da un sintomo. Seguono le sedute preliminari, in un tempo che a volte si prolunga. Nell’eventuale percorso analitico non è mai certa l’entrata in analisi, poiché il suo inizio presuppone l’attivazione inconscia, quando l’inconscio del soggetto entra in gioco e risponde all’analista, cioè batte un colpo attraverso le sue formazioni. In questo caso l’analisi iniziata proseguirà sulla via della clinica del transfert, resa possibile dal desiderio dell’analista, che permette il dire dell’analizzante nel dispiegarsi della catena significante. Fare sembianza di oggetto a significa per l’analista essere supporto fondamentale dell’oggetto causa del desiderio dell’analizzante, cioè funzionare a partire da quel vuoto attorno al quale ruota il godimento pulsionale. Con la sua presenza, pertanto, l’analista rende attivo il vuoto che permette il funzionamento analitico, in quanto permetterà le esplorazioni e le diverse costruzioni soggettive, mai prevedibili dall’analista stesso. Come ricordava A. Reinoso nel suo intervento a Rimini[1] in preparazione al convegno, Miller ha parlato della necessità da parte dell’analista di mettere a dieta il significante, cioè di affamare il delirio di ogni parlessere invece che nutrirlo con il senso. In questa direzione il silenzio dell’analista e il vuoto che la sua presenza incarna, permetterà di non alimentare il delirio del godi-senso nevrotico ma di orientarlo verso l’emergere del godimento, causa di desiderio. Il lavoro analitico consiste infatti da un lato nel separare i significanti del soggetto dalla forza libidica che li ha resi traumatici e sofferenti e dall’altro nell’isolarne il non senso, cioè delimitarne il godimento.
Sulla scia di ogni percorso analitico hanno luogo i vari esiti di un’analisi: passe, uscite, interruzioni.
Ogni passe è la testimonianza di un’analisi conclusa, cioè quando è portata fino in fondo, fino al suo nucleo reale. L’interruzione avviene, al contrario, quando viene abbandonato il percorso analitico, con un taglio da parte dell’analizzante. In questi casi si può a volte rintracciare ciò che ha fatto ostacolo fino alla rottura del percorso di cura, che sia stato sul lato del soggetto oppure su quello dell’analista. Le possibili uscite dall’analisi, invece, sono la maggior parte e riguardano le analisi iniziate, che non sono state né interrotte né concluse, ma che hanno trovato un termine in un loro momento di concludere. Dalla parte dell’analista un’uscita può essere facilitata, ad esempio, in un atto analitico che mira a un rilancio per superare una situazione di stallo, oppure per stabilizzare uno status raggiunto convincente. Dalla parte dell’analizzante si può uscire da un’analisi quando si avverte un miglioramento che può bastare, oppure in seguito al cambiamento di un sintomo, accompagnato da una certa soddisfazione. Si può anche decidere un’uscita, quando le costruzioni di nuovi punti d’appoggio permettono di continuare, altrove. Oppure grazie a un nuovo miglior annodamento RSI, che rimette in moto l’andare avanti, ma diversamente da prima. Per permettere ogni uscita e renderla possibile, l’analista sulla soglia dello studio d’analisi si rende disponibile a farsi lasciare alle spalle, come un osso col quale non vi è più niente da farci, come dice Miller[2].
Con o senza analisi, il soggetto continuerà la sua strada e qualche volta tornerà a domandare una nuova entrata in analisi, un altro ciclo, ancora. A partire da quel vuoto sperimentato nel transfert, se l’analista mantiene la sua posizione, a digiuno, a secco del senso.
[1] Verso il XXI Convegno SLPcf, “Le uscite dall’analisi, Segreteria di città SLPcf di Rimini, 2.5.24.
[2] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi, Roma, Astrolabio, 2023, p. 75.